E-STATE leggendo

A cura di Veronica Sacco

Attraverso questa rubrica potrete imparare vocaboli nuovi e curiosità sull’Italia con facilità. Durante l’estate è importante continuare ad imparare settimana per settimana così da rimanere in allenamento con la lingua italiana.

Ogni settimana proponiamo brevi testi e semplici domande per la comprensione del testo, un ottimo metodo per migliorare la comprensione dell’italiano. 
 
 
10. Un racconto di Roberto Piumini
 
 

 

Chi è Roberto Piumini?


Roberto Piumini è nato a Edolo, in provincia di Brescia, il 14 marzo 1947.
Ha abitato a Edolo, Varese, Milano. Nel 1970 si è laureato in Pedagogia all’Università Cattolica di Milano, con tesi su La persona del poeta in Emmanuel Mounier. Ha frequentato la Scuola Superiore di Comunicazioni Sociali di Milano. Dal 1967 al 1973 è stato insegnante di lettere in scuole medie e superiori della provincia di Varese.
È stato attore per tre anni con le compagnie Teatro Uomo di Milano e La Loggetta di Brescia.
Ha fatto esperienza per un anno come burattinaio.
 
Dal 1978 ha pubblicato moltissimi libri di fiabe, racconti corti e lunghi, romanzi, filastrocche, poesie, poemi, testi teatrali, testi di canzoni, testi per teatro musicale e cori, traduzioni, adattamenti, testi parascolastici, presso circa 70 editori italiani.

Fonte: http://www.robertopiumini.it/index.html?pg=9

Proponiamo di seguito un racconto di Roberto Piumini molto celebre che ha per protagonista una bambina alla quale è stato portato via il nome. La lettura di Piumini è molto semplice e ricco spesso di discorsi diretti.

La bambina senza nome

C’era una bambina che aveva un nome come tutti i bambini del mondo: era allegra, e andava spesso a giocare in un certo giardino. Un giorno lanciò la palla al di là di una siepe, e quando andò a cercarla, non la trovò. Cerca qua, cerca là, la palla non c’era: la bambina era stupita e anche un po’ spaventata. A un tratto senti una voce, in alto:
 – E tua questa bella palla, piccolina? La bambina guardò su, e vide un piccolo uomo magro seduto a cavallo di un ramo: aveva la palla fra le mani.
 – Certo che è mia. Dammela! – disse la bambina.
– E tu cosa mi dai, in cambio?
– Niente! La palla è mia!
– Ma adesso ce l’ho io!
– Non ho niente da darti! – disse la bambina.
– Si che ce l’hai: dammi il tuo nome! Pensando che l’ometto scherzasse, la bambina gli disse: – Va bene, te lo do: butta la palla! Quello sorrise, lasciò cadere la palla, lei la prese e tornò a casa: si sentiva strana. E più strana si senti quando si accorse che la salutavano senza più dire il suo nome: poi, pensandoci, si accorse che nemmeno lei lo ricordava.
 – Mamma, come mi chiamo io? – disse allora la bambina a sua madre.
 – Tu? Non hai nessun nome, – disse la mamma.
La bambina andò a guardare i suoi libri, i suoi quaderni, e vide che non c’era nessun nome.
– Tu, scendi a fare merenda! – gridò la mamma di sotto.
«La mamma mi ha sempre detto di non chiamare nessuno con un Tu… È perché proprio io un nome non ce l’ho…» pensò con tristezza. Allora, piangendo, la bambina prese la palla, andò al giardino, arrivò sotto l’albero.
 L’omarino era ancora lassù, con la mano chiusa, e sorrideva.
– Ridammi il mio nome! – gridò la bambina.
– Ti darò la palla, se vuoi.
– Tieniti la palla, piccolina, e anche il tuo nome: e un’altra volta, non darlo a nessuno, capito? Apri la mano, e all’improvviso la bambina ricordò di chiamarsi Antonella, e si mise a saltare per la gioia. Corse a casa, e la mamma chiese:
 – Dove sei andata, Antonella?
– Avevo perso una cosa importante, mamma, – disse la bambina, e lo disse così seria, che la mamma le diede un bacio di quelli che fanno rumore.

Impariamo nuovi luoghi d’Italia:
 
Edolo, città di nascita di Piumini, ha circa quattromila abitanti e si trova nella regione Lombardia (nord Italia). Si trova nella Valle Camonica, una Valle molto famosa per chi ama la montagna.

 

 
Impariamo parole nuove:
 
siepe: recinto fatto di piante e cespugli

 

 
 
scuole medie: sono le scuole dopo la primaria; le scuole medie durano tre anni.
 
 

 
a un tratto: improvvisamente

 
Impariamo nuovi verbi:
 
ridammi: dal verbo “ridare”, dare nuovamente, dare per una seconda volta
 
Comprensione del testo:

1-   Chi è la protagonista?
2-   Come si chiama la bambina?
3-   Il discorso diretto tra quali personaggi avviene?
4-   Perché la bambina diventa triste?






 
9. Un racconto di Alessandro Baricco
 
 
 

Chi è Alessandro Baricco?

Alessandro Baricco (Torino, 25 gennaio 1958) è uno scrittore, drammaturgo, sceneggiatore, autore televisivo, critico musicale, conduttore televisivo e conduttore radiofonico italiano, vincitore del Premio Viareggio nel 1993.
 
Oceano mare è un romanzo di Alessandro Baricco del 1993, tra i più noti dell'autore. Diviso in tre capitoli (Locanda Almayer, Il ventre del mare e I canti del ritorno), è caratterizzato da un clima onirico e da personaggi estremamente surreali.

Il luogo principale in cui si svolge la vicenda è la Locanda Almayer, che Baricco prende in prestito dallo scrittore Joseph Conrad e nella quale tutti i personaggi convergono, ognuno con il proprio passato ed i propri timori. Il tema principale è il mare e viene analizzato da più punti di vista.
Proponiamo di seguito un estratto del libro “Oceano Mare”, dove possiamo vedere l’uso frequento del discorso diretto utilizzato molto da Baricco nei suoi romanzi.
 
 
Oceano Mare

Alla locanda Almayer ci potevi arrivare a piedi, scendendo per il sentiero che veniva dalla cappella di Saint Amand, ma anche in carrozza, per la strada di Quartel, scendendo il fiume. Il professor Bartleboom ci arrivò per caso.

— Questa è la locanda della Pace?

— No.

— La locanda di Saint Amand?

— No.

— L’Albergo della Posta?

— No.

— L’Aringa reale?

— No.

— Bene. C’è una stanza?

— Sì.

— La prendo.

Il libro con le firme degli ospiti aspettava aperto su un leggìo di legno. Un letto di carta appena rifatto che aspettava i sogni di nomi altrui. La penna del professore si infilò voluttuosamente tra le lenzuola.

Con svolazzi e tutto. Una cosa ben fatta.

— Il primo Ismael è mio padre, il secondo mio nonno.

— E quello?

— Addante?

— No, non quello li... questo.

— Prof.?

— Eh.

— Professore, no? Vuol dire professore.

— Che nome scemo.

— Non è un nome... io sono professore, insegno, capite? Io vado per la strada e la gente mi dice Buongiorno professor Bartleboom, Buonasera professor Bartleboom, ma non è un nome, è quello che faccio, insegno...

— Non è un nome.

— No.

— Va be’. Io mi chiamo Dira.

— Dira.

— Sì. Vado per la strada e la gente mi dice Buongiorno Dira, Buonanotte Dira, sei bella oggi Dira, che bel vestito che hai Dira, Hai mica visto Bartleboom per caso, no, è nella sua stanza, primo piano, l’ultima in fondo al corridoio, questi sono gli asciugamani, tenete, si vede il mare, spero che non vi dia fastidio. Il professor Bartleboom - da quel momento semplicemente Bartleboom - prese gli asciugamani.

Nella stanza in fondo al corridoio (primo piano) c’erano un letto, un armadio, due sedie, una stufa, un piccolo scrittoio, un tappeto (blu), due quadri identici, un lavabo con specchio, una cassapanca e un bambino: seduto sul davanzale della finestra (aperta), con le spalle alla stanza e le gambe a penzoloni nel vuoto. Bartleboom si esibì in un misurato colpetto di tosse, così, tanto per fare un rumore qualsiasi. Niente. Entrò nella stanza, posò le valigie, si avvicinò a guardare i quadri (uguali, incredibile), si sedette sul letto, si tolse le scarpe con evidente sollievo, si rialzò, andò a guardarsi allo specchio, constatò che era sempre lui (si sa mai), diede un’occhiata nell’armadio, ci appese il mantello e poi si avvicinò alla finestra Bartleboom tornò verso il letto, si slacciò la cravatta e si sdraiò. Macchie di umidità, sul soffitto, come fiori tropicali disegnati in bianco e nero. Chiuse gli occhi e si addormentò. Sognava che lo chiamavano a sostituire una donna al Circo Bosendorf e lui, arrivato sulla pista, riconosceva in prima fila sua zia Adelaide, donna squisita ma dai discutibili costumi, che baciava prima un pirata, poi una donna uguale a lei e infine la statua lignea di un santo che poi tanto statua non era se d’improvviso prese a camminare e ad andare diritto verso di lui, Bartleboom, gridando qualcosa che non si riusciva bene a capire e che tuttavia sollevò lo sdegno di tutto il pubblico, tanto da costringere lui, Bartleboom, a scappare a gambe levate, rinunciando perfino al sacrosanto compenso concordato col direttore del circo, 128 soldi, per la precisione. Si svegliò, e il bambino era ancora lì. Però era voltato e lo guardava. Anzi, gli stava parlando.



Impariamo parole nuove:

onirico: qualcosa che riguarda il sogno


gambe penzoloni: che non toccano terra 


 
squisita: una brava persona, una persona dolce. Anche un piatto da mangiare può essere squisito
 
scrittoio: scrivania dove studiare o lavorare 



Impariamo verbi nuovi:

slacciò: dal verbo “slacciare”, ovvero sciogliere un nodo 
 

costringere: obbligare qualcuno a fare qualcosa


Impariamo nuovi modi di dire:

scappare a gambe levate: fuggire correndo; correre via 
 

 
Comprensione del testo:

1. -  Dove si svolge il racconto? 
2. -  Dari che lavoro svolge? 
3. -  Dove si incontrano i due personaggi? 
4. -  Tra chi si svolge il dialogo diretto? Cesare Pavese è senza dubbio uno





8. Un racconto di Cesare Pavese
 

Chi è Cesare Pavese?
 
Cesare Pavese è senza dubbio uno degli autori più importanti e sorprendenti della letteratura italiana. Nel 1936 Cesare Pavese pubblica la sua prima opera, la raccolta di poesie dal titolo Lavorare stanca. Si tratta di poesie scritte dall'autore tra il 1931 e il 1936. In seguito Cesare Pavese abbandonerà la poesia, dedicandosi principalmente alla prosa. C’è però una bellissima eccezione, che è la raccolta Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, pubblicata nel 1951 dopo la morte dell’autore, in cui Pavese esprime il dramma esistenziale che lo porterà al suicidio.
 
Proponiamo di seguito un racconto di Cesare Pavese tratto da “lavorare stanca”.
I mari del Sud ed è dedicata al più amato tra i professori che Pavese ebbe al liceo «D’Azeglio», Augusto Monti. Il titolo è sottilmente ironico: si parla sì, verso la fine del testo, dei mari del Sud che il cugino – tornato in patria dopo aver lavorato a lungo in Australia – ha navigato; ma ciò che nell’immaginazione dell’io narrante è un mondo fiabesco (le «isole più belle della terra») nell’esperienza del cugino è invece un mondo fatto di pura fatica.
 

I mari del sud

 
Camminiamo una sera vicino ad un colle, in silenzio. Nell’ombra del tramonto mio cugino è un gigante vestito di bianco che si muove calmo, abbronzato, silenzioso. Tacere è la nostra qualità. Mi ha chiesto se salivo sul colle con lui: dalla vetta appare nelle notti serene il riflesso del faro lontano di Torino.
«Tu che abiti a Torino... – mi ha detto – ... ma hai ragione. La vita va vissuta lontano dal paese: si profitta e si gode e poi, quando si torna, come me, a quarant’anni, si trova tutto nuovo».
Tutto questo mi ha detto e non parla italiano, ma dialetto. Per vent’anni è stato in giro per il mondo. Se ne era andato via quando io ero ancora un bambino. Lo credevano morto.
 
Mio cugino è tornato, finita la guerra, gigantesco, un alpino. Ed aveva denaro. I parenti dicevano piano:
«Fra un anno, a dir molto, se li è mangiati tutti. I disperati muoiono così». Mio cugino ha una faccia decisa. Comprò un pianterreno nel paese per farne un garage di cemento.
 
Poi ci mise un meccanico dentro a ricevere i soldi.
Mio cugino si era intanto sposato, in paese. Sposò una ragazza esile e bionda come le straniere che aveva certo un giorno incontrato nel mondo. Ma usciva ancora da solo. Vestito di bianco, con le mani dietro alla schiena ed il volto abbronzato al mattino. Spiegò poi a me, che il suo piano era scacciare via tutte le bestie del paese per costituirle con i motori (le auto).
 
Camminiamo da piú di mezz’ora. La vetta è vicina. Mio cugino si ferma ad un tratto e dice: «Quest’anno scrivo nel manifesto: Santo Stefano è sempre stato il primo nelle feste della valle del Belbo».
 
Un profumo di terra e di vento ci avvolge nel buio, qualche lume in distanza: cascine, automobili che si sentono appena: ed io penso alla forza che mi ha reso quest’uomo, strappandolo al mare, alle terre lontane e al silenzio.
 
Mio cugino non parla dei viaggi fatti. Solo un sogno gli è rimasto nel sangue: ha incrociato una volta da fuochista su un legno olandese da pesca, il Cetaceo, e ha visto volare i ramponi pesanti nel sole, ha visto fuggire balene tra schiume di sangue e inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia. Me ne accenna talvolta. Ma quando gli dico che egli è tra i fortunati che hanno visto l’aurora sulle isole piú belle della terra, sorride e risponde che il giorno era vecchio per loro.

Impariamo verbi nuovi: 

si profitta: ottenere ottimi risultati
 

 
Impariamo nuovi modi dire:

mangiarsi tutti i soldi: rimanere senza soldi, “rimanere con le tasche vuote”
 

 
 
Impariamo parole nuove:
 
dialetto: slang della lingua ufficiale
 

 
 
esile: una persona magra ma anche fragile
 

 
fuochista: chi sorveglia il fuoco di una caldaia/forno
 

 
alpino: Soldato delle truppe di montagna
 

aurora: Quando la mattina il cielo inizia a tingersi di rosa, arancione, rosso
 
 
ramponi: stivali da neve per scalare


fonte: https://letteredidattica.deascuola.it/letteratura/risorse/biblioteca-01database-brani/i-mari-del-sud/;
 
  
 
7. Un racconto di Alessandro d'Avenia
 

 
Chi è Alessandro d’Avenia?
 
Alessandro D'Avenia (Palermo, 2 maggio 1977) Scrittore, insegnante e sceneggiatore.
Frequenta il Liceo Classico a Palermo.
Laureato nel 2000 alla Sapienza di Roma in Letteratura Greca, consegue il dottorato di ricerca in Lettere Classiche, e poi insegna Greco e Latino al Liceo. Il suo romanzo d'esordio è Bianca come il latte, rossa come il sangue (Mondadori, 2010), da cui viene tratto l'omonimo film prodotto da Rai Cinema, alla cui sceneggiatura partecipa in prima persona.
Tra le altre pubblicazioni si ricordano: Cose che nessuno sa (Mondadori, 2011), Ciò che inferno non è (Mondadori, 2014) e L'appello (Mondadori, 2020).
I suoi romanzi sono tradotti in più di venti paesi, e il 6 dicembre 2012 ha ricevuto il Premio Internazionale padre Pino Puglisi per «l’impegno mostrato a favore dei giovani».
Fonte: https://www.ibs.it/libri/autori/alessandro-d'avenia

Proponiamo un estratto del celebre libro “Bianca come il latte, rossa come il sangue”. In questo testo Leo descrive la sua scuola e il suo amore per Beatrice.
 
 
 
***

Non ho paura di nulla io. Faccio il terzo anno di liceo. Classico. Così hanno voluto i miei. Io non avevo idea. La mamma ha fatto il classico. Papà ha fatto il classico. La nonna è il classico fatto persona. Solo il nostro cane non lo ha fatto. Ti apre la mente, ti dà orizzonti, ti struttura il pensiero, ti rende elastico... e ti rovina la vita dalla mattina alla sera. È proprio così. Non c'è una ragione per fare una scuola del genere. Almeno, i prof non me l'hanno mai spiegata. Primo giorno della quarta ginnasio: presentazioni, introduzione all'edificio della scuola e conoscenza dei prof. Una specie di gita allo zoo: i prof, una specie protetta che speri si estingua definitivamente... Poi qualche test di ingresso per verificare il livello di partenza di ciascuno. E dopo questa calorosa accoglienza... l'inferno: ridotti in ombre e polvere. Compiti, spiegazioni, interrogazioni come non ne avevo mai visti. Alle medie studiavo mezz'ora se andava bene. Poi calcio in qualunque posto assomigliasse a un campo, dal corridoio dentro casa al parcheggio sotto casa. Alla peggio calcio alla Play. Al ginnasio era un'altra cosa. Se volevi essere promosso dovevi studiare. Io non studiavo molto lo stesso, perché le cose le fai se ci credi. E mai un professore è riuscito a farmi credere che ne valeva la pena. E se non ci riesce uno che ci dedica la vita perché lo dovrei fare io? Sono andato sul blog del Sognatore. Sì, il supplente di storia e filosofia ha un blog e sono curioso di vedere cosa ci scrive. I prof non hanno una vita reale fuori da scuola. Fuori da scuola non esistono. Così volevo vedere di che parlava uno che non poteva parlare di niente. E parlava di un film che aveva rivisto per l'ennesima volta: L'attimo fuggente. Diceva di condividere la stessa passione per l'insegnamento che aveva il protagonista del film. Diceva che quel film gli aveva mostrato cosa era venuto a fare su questa Terra. Continuava così, con una frase misteriosa, ma bella: "Strappare la bellezza ovunque essa sia e regalarla a chi mi sta accanto. Per questo sono al mondo". Bisogna ammettere che il prof Sognatore è uno che le cose sa dirle. In due frasi si vede che lui ha capito la sua vita. Certo, ha trent'anni, e quindi è comprensibile che l'abbia capita. Ma non sempre qualcuno te lo dice con tanta chiarezza. Alla mia età ha maturato il suo sogno. Ha intravisto la meta e l'ha raggiunta. Io ho sedici anni e non ho sogni particolari, se non quelli che faccio la notte e che non ricordo mai la mattina. Erika-con-la-kappa sostiene che i sogni dipendano dalla reincarnazione, da quello che siamo stati nella vita passata. Come quel calciatore che nella vita passata dice di essere stato un'anatra e forse gli ha giovato per la sua classe calcistica. Erika-con-la-kappa dice di essere stata un gelsomino. Per questo è sempre così profumata. Mi piace il profumo di Erika-con-la-kappa. Io non credo di essermi mai reincarnato. Ma se dovessi scegliere credo che preferirei un animale a una pianta: un leone, una tigre, uno scorpione... Certo, quello di reincarnarsi è un problema, ma è troppo complicato per pensarci adesso e poi io non ho ricordi di quando ero un leone, anche se mi è rimasta la criniera e la forza del leone me la sento tutta nel sangue. Per questo devo essere stato un leone e per questo mi chiamo Leo. Leo in latino significa "leone". Leo rugens: "leone ruggente". Comunque faccio la prima liceo classico e ho superato quarta e quinta ginnasio quasi indenne. Primo anno, debito in greco e matematica. Secondo anno solo greco. Il greco è la verdura della scuola. Amara. Ma la colpa è stata della Massaroni. La prof più pignola e spietata della scuola. Ha una pelliccia di cane: sempre, solo, unicamente quella. Si veste in due modi: con la pelliccia di cane d'inverno, autunno e primavera. In estate... con la pelliccia di cane estiva. Ma come si fa a vivere così? Forse è stata un cane nella vita passata? Mi diverte assegnare le vite passate alle persone, perché aiuta a spiegare il loro carattere. Beatrice, per esempio, deve essere stata una stella nella vita passata. Sì, perché le stelle hanno una luminosità accecante attorno: le vedi da lontano a milioni di anni luce. Sono un concentrato di materia rossa incandescente e luminosa. E Beatrice è così. La vedi a centinaia di metri di distanza e brilla con i suoi capelli rossi. Chissà se un giorno riuscirò a baciarla. A proposito, fra poco è il suo compleanno. Magari mi invita alla festa. Oggi pomeriggio vado alla fermata davanti a scuola, così la vedo. Beatrice è vino rosso. Mi ubriaca: io la amo.

Impariamo nuove parole:

 
omonimo: stesso nome, nome uguale
 
Liceo e Ginnasio: il liceo sono le scuole superiori italiane che servono principalmente per continuare gli studi all’università. Il liceo può essere: scientifico, linguistico, classico, artistico. Per ginnasio si intendono i primi due anni del liceo classico. Il nome ginnasio affonda le sue radici nelle scuole dell’antica Grecia. I primi due anni di liceo dunque vengono chiamati quarto/a e quinto/a ginnasio.
 
fuggente: qualcosa o qualcuno che si allontana velocemente


 
gelsomino: è un fiore molto comune in Italia


 
impariamo verbi nuovi:
 
intravedere: vedere qualcosa o qualcuno in modo poco chiaro

impariamo nuovi modi di dire:

 
aprire la mente: stimolare la mente alla creatività, logica etc. “Avere una mente aperta”. 

 
 
Comprensione del testo:

1-   A Leo piace la scuola?
2-   Cosa significa il nome Leo?
3-   Come si chiama il film da cui trae ispirazione il professore?
4-   Chi è il sognatore?
5-   Che cosa insegna il professore descritto da Leo nel brano
6-   Quanti anni ha Leo?


 
 
 
6. Un racconto di Leonardo Sciascia
 
 


Chi è Leonardo Sciascia? 
 
L'8 gennaio 1921 nasceva Leonardo Sciascia. Scrittore, giornalista, saggista, drammaturgo e poeta, ma anche politico e insegnante di italiano, nonché critico d'arte: Sciascia ha ricoperto moltissimi ruoli grazie al suo spirito libero e anticonformista, criticando, impietoso, il suo tempo e affermandosi come una delle più grandi figure del Novecento italiano. È stato anche il primo scrittore che ha raccontato il fenomeno mafioso in libri come Il giorno della civetta o A ciascuno il suo.
 
Perché questo racconto?
 
Questo racconto è ambientato in Sicilia, isola dove è nato Sciascia. Lo scrittore descrive la situazione dell’emigrazione degli italiani dalla Sicilia verso l’America. E’ un racconto dove possiamo leggere la passione di Sciascia per la sua terra e il suo interesse per le dinamiche politiche e sociali dell’Italia.

 
Il lungo viaggio
 
Stavano, con le loro valige di cartone e i loro fagotti, su un tratto di spiaggia pietrosa, riparata da colline, tra Gela e Licata; vi erano arrivati all’imbrunire, ed erano partiti all’alba dai loro paesi; paesi interni, lontani dal mare.
 
Qualcuno di loro, era la prima volta che vedeva il mare: e sgomentava il pensiero di dover attraversarlo tutto, da quella deserta spiaggia della Sicilia, di notte, ad un’altra deserta spiaggia dell’America, pure di notte. Perché i patti erano questi - Io di notte vi imbarco - aveva detto l’uomo: una specie di commesso viaggiatore per la parlantina, ma serio e onesto nel volto - e di notte vi sbarco: sulla spiaggia del Nugioirsi, vi sbarco; ... E chi ha parenti in America, può scrivergli che aspettino alla stazione di Trenton, dodici giorni dopo l’imbarco... Fatevi il conto da voi... Certo, il giorno preciso non posso assicurarvelo: mettiamo che c’è mare grosso, mettiamo che la guardia costiera stia a vigilare... Un giorno più o un giorno meno, non vi fa niente: l’importante è sbarcare in America. L’importante era davvero sbarcare in America: come e quando non aveva poi importanza. Se ai loro parenti arrivavano le lettere, con quegli indirizzi confusi e sgorbi che riuscivano a tracciare sulle buste, sarebbero arrivati anche loro; “chi ha lingua passa il mare”, giustamente diceva il proverbio.
 
Duecentocinquantamila lire: metà alla partenza, metà all’arrivo. Le tenevano, a modo di scapolari, tra la pelle e la camicia. Avevano venduto tutto quello che avevano da vendere, per racimolarle: la casa terragna il mulo l’asino le provviste dell’annata il canterano le coltri. I più furbi avevano fatto ricorso agli usurai.
 
Il sogno dell’America traboccava di dollari: non più, il denaro, custodito nel logoro portafogli o nascosto tra la camicia e la pelle, ma cacciato con noncuranza nelle tasche dei pantaloni, tirato fuori a manciate: come avevano visto fare ai loro parenti, che erano partiti morti di fame, magri e cotti dal sole; e dopo venti o trent’anni tornavano, ma per una breve vacanza, con la faccia piena e rosea che faceva bel contrasto coi capelli candidi. Erano già le undici. Uno di loro accese la lampadina tascabile: il segnale che potevano venire a prenderli per portarli sul piroscafo. Quando la spense, l’oscurità sembrò più spessa e paurosa. Ma qualche minuto dopo, dal respiro ossessivo del mare affiorò un più umano, domestico suono d’acqua: quasi che vi si riempissero e vuotassero, con ritmo, dei secchi. Poi venne un brusìo, un parlottare sommesso. Si trovarono davanti il signor Melfa, che con questo nome conoscevano l’impresario della loro avventura, prima ancora di aver capito che la barca aveva toccato terra. - Ci siamo tutti? - domandò il signor Melfa. Accese la lampadina, fece la conta. Ne mancavano due. - Forse ci hanno ripensato, forse arriveranno più tardi... Peggio per loro, in ogni caso. E che ci mettiamo ad aspettarli, col rischio che corriamo? Tutti dissero che non era il caso di aspettarli.

Se qualcuno di voi non ha il contante pronto - diceva il signor Melfa - che torni a casa. E che per uno debbano pagare tutti, non è cosa giusta. E di colpo ciascuno dei partenti diventò una informe massa. - Cristo! E che vi siete portata la casa appresso? – diceva Melfa, e finì quando tutto il carico, uomini e bagagli, si ammucchiò nella barca: col rischio che un uomo o un fagotto ne traboccasse fuori. E la differenza tra un uomo e un fagotto era per il signor Melfa nel fatto che l’uomo si portava appresso le duecentocinquatamila lire; addosso, cucite nella giacca o tra la camicia e la pelle. Li conosceva, lui, li conosceva bene: questi contadini zoticoni, questi villani.

Il viaggio durò meno del previsto: undici notti, quella della partenza compresa.
Ma all’undicesima notte il signor Melfa li chiamò e tutti cominciavano a vedere in lontananza paesi della ricca America che come gioielli brillavano nella notte.
E la notte stessa era un incanto: serena e dolce, una mezza luna che trascorreva tra una trasparente con poche nuvole, una brezza che allargava i polmoni. - Ecco l’America - disse il signor Melfa. - Non c’è pericolo che sia un altro posto? - domandò uno: poiché per tutto il viaggio aveva pensato che nel mare non ci sono strade, ed era dio a dare le indicazioni  conducendo una nave tra cielo ed acqua. Il signor Melfa lo guardò con compassione, domandò a tutti - E lo avete mai visto, dalle vostre parti, un orizzonte come questo? E non lo sentite che l’aria è diversa? Non vedete come splendono questi paesi? Tutti erano d’accordo, con compassione e risentimento guardarono quel loro compagno che aveva fatto una così stupida domanda.

 
Impariamo parole nuove:
 
parlantina: parlare tanto, “avere la parlantina”

 
sgorbi: sgorbio, una macchia o una persona non bella
 

noncuranza: non avere cura, attenzione, non essere ordinati
 
orizzonte: linea tra il cielo e il mare
 



 
Impariamo verbi nuovi:
 
imbrunire: diventare scuro


 
 
sgomentare: far preoccupare qualcuno
 
racimolare: mettere insieme con fatica


 
Impariamo nuovi modi di dire:
 
mare grosso: quando il mare non è calmo, è agitato e le onde sono alte

fare la conta: contare 
 

vi siete portata la casa appresso: andare in giro portandosi tutto con sé (oggetti, vestiti…)
 



 
Comprensione del testo:
1-   Quanto costava il viaggio per l’America?
2-   Come si chiama il capitano dell’imbarcazione?
3-   Quanto dura il viaggio?
4-   I parenti in America dove devono aspettare i viaggiatori?

 
 
 
  
5. Un racconto di Italo Calvino
 
 
 
Chi è Italo Calvino? 
 
Proponiamo un altro racconto del celebre Italo Calvino. Aggiungiamo qualche informazione su di lui: famoso scrittore italiano, è curiosa sapere che è nato a Cuba nel 1923. Viene in Italia nel 1925.
Di Cuba Calvino non ha nessun ricordo come lui afferma nella sua biografia scritta per il volume Ritratti su misura [9]: "Della mia nascita d'oltremare conservo solo un complicato dato anagrafico (che nelle brevi note bio-bibliografiche sostituisco con quello più "vero": nato a Sanremo)”.

Perché è importante leggere Italo Calvino?

Il racconto di seguito è tratto da una raccolta di racconti che ha come protagonisti animali, persone e luoghi naturali.


II piccione comunale 

Gli itinerari che gli uccelli seguono migrando, verso sud o verso nord, d'autunno o a primavera, traversano di rado la città. Gli stormi tagliano il ciclo alti sopra le striate groppe dei campi e lungo il margine dei boschi, ed ora sembrano seguire la ricurva linea di un fiume o il solco d'una valle, ora le vie invisibili del vento. Ma girano al largo, appena le catene di tetti d'una città gli si parano davanti.
Pure, una volta, un volo di beccacce autunnali apparve nella fetta di ciclo d'una via. E se ne accorse solo Marcovaldo, che camminava sempre a naso in aria. Era su un triciclo a furgoncino, e vedendo gli uccelli pedalò più forte, come andasse al loro inseguimento, preso da una fantasticheria di cacciatore, sebbene non avesse mai imbracciato altro fucile che quello del soldato.

E così andando, con gli occhi agli uccelli che volavano, si trovò in mezzo a un crocevia, col semaforo rosso, tra le macchine, e fu a un pelo dall'essere investito. Mentre un vigile con la faccia paonazza gli prendeva nome e indirizzo sul taccuino, Marcovaldo cercò ancora con lo sguardo quelle ali nel ciclo, ma erano scomparse.
In ditta, la multa gli suscitò aspri rimproveri. – Manco i semafori capisci? – gli gridò il caporeparto signor Viligelmo. – Ma che cosa guardavi, testa vuota? – Uno stormo di beccacce, guardavo... – disse lui. – Cosa? – e al signor Viligelmo, che era un vecchio cacciatore, scintillarono gli occhi.
E Marcovaldo raccontò. – Sabato prendo cane e fucile! – disse il caporeparto, tutto arzillo, dimentico ormai della sfuriata. –E cominciato il passo, su in collina.
Quello era certo uno stormo spaventato dai cacciatori lassù, che ha piegato sulla città... Per tutto quel giorno il cervello di Marcovaldo macinò, macinò come un mulino.
«Se sabato, ci sarà pieno di cacciatori in collina, chissà quante beccacce caleranno in città; e se io ci so fare, domenica mangerò beccaccia arrosto». Il casamento dove abitava Marcovaldo aveva il tetto fatto a terrazzo, coi fili di ferro per stendere la roba ad asciugare.
Marcovaldo ci salì con tre dei suoi figli, con un bidone di vischio, un pennello e un sacco di granone. Mentre i bambini spargevano chicchi di grano dappertutto, lui spennellava di vischio i parapetti, i fili di ferro, le cornici dei comignoli. Ce ne mise tanto che per poco Filippetto, giocando, non ci restò lui appiccicato. Quella notte Marcovaldo sognò il tetto cosparso di beccacce invischiate sussultanti.
Sua moglie Domitilla, più vorace e pigra, sognò anatre già arrosto posate sui comignoli. La figlia Isolina, romantica, sognava colibrì da adornarsene il cappello. Michelinò sognò di trovarci una cicogna. Il giorno dopo, a ogni ora, uno dei bambini andava d'ispezione sul tetto: faceva appena capolino dal lucernario, perché, nel caso stessero per posarsi, non si spaventassero, poi tornava giù a dare le notizie. 
Le notizie non erano mai buone.
Finché, verso mezzogiorno, Pietruccio tornò gridando: – Ci sono! Papa! Vieni!
Marcovaldo andò su con un sacco. Impegolato nel vischio c'era un povero piccione, uno di quei grigi colombi cittadini, abituati alla folla e al frastuono delle piazze. Svolazzando intorno, altri piccioni lo contemplavano tristemente, mentre cercava di aprire le ali nonostante la poltiglia su cui s'era malaccortamente posato. La famiglia di Marcovaldo stava spolpando le ossa di quel magro e tiglioso piccione fatto arrosto, quando sentirono bussare.
Era la cameriera della padrona di casa: – La signora la vuole! Venga subito!
Marcovaldo andò all'appartamento della signora, al piano nobile. Appena entrato nel salotto vide che c'era già un visitatore: la guardia dalla faccia paonazza.
– Venga avanti, Marcovaldo, – disse la signora. –Mi avvertono che sul nostro terrazzo c'è qualcuno che dà la caccia ai colombi del Comune. Ne sa niente, lei?
Marcovaldo si sentì gelare. – Signora! Signora! – gridò in quel momento una voce di donna. – Che c'è, Guendalina? Entrò la lavandaia.
– Sono andata a stendere in terrazzo, e m'è rimasta tutta la biancheria appiccicata. Ho tirato per staccarla, ma si strappa! Tutta roba rovinata! Cosa mai sarà? Marcovaldo si passava una mano sullo stomaco come se non riuscisse a digerire.

Impariamo nuove parole:

itinerario: percorso, strada
 

 
triciclo: bicicletta per bambini con tre ruote
 

crocevia: incrocio di strade
 
 
 
furgoncino: camion di piccole dimensioni
 
 
 
chicchi: semi (es. chicchi di caffè)
 

poltiglia: impasto di vari ingredienti, miscuglio
 
 
paonazzo: viso che diviene rosso per il freddo
 

 

Impariamo nuovi modi di dire:

testa vuota: sentirsi confusi, distratti 


 
 
sentirsi gelare: avere paura
 
 
 
Comprensione del testo:
 
1- Chi sono i protagonisti?
2- Dove è ambientato la storia?
3- In che giorni della settimana si svolge la caccia?
4- Che itinerario fanno gli uccelli?
 
 
 
 
4. Un racconto di Stefano Benni
 

Chi è Stefano Benni?
 
Stefano Benni (Bologna, 12 agosto 1947) è uno scrittore, umorista, giornalista, sceneggiatore, poeta.
Benni è autore di vari romanzi e antologie di racconti di successo, tra i quali Bar Sport, Elianto, Terra!, La compagnia dei celestini, Baol, Comici spaventati guerrieri, Saltatempo, Margherita Dolcevita, Spiriti, Il bar sotto il mare e Pane e tempesta.
I suoi libri sono stati tradotti in più di 30 lingue.

Perché è importante leggere Stefano Benni?
 
Stefano Benni scrive fiabe per adulti. Lo stile, infatti, è quello dei racconti epici e fiabeschi, ambientati per la maggior parte in paesaggi inventati al confine tra foreste, boschi e città immaginarie. L’amore per la natura e l’ambientalismo sono, infatti, i temi preferiti dall’autore. Lo stile di scrittura è sempre fantasioso e originale.

Proponiamo un racconto dal libro “la grammatica di dio”. Nel libro ci sono 25 storie, quasi tutte di pura fantasia.
 

BOOMERANG


Improvvisamente, un giorno, il signor Remo iniziava a odiare il suo cane. Non era un uomo cattivo. Ma qualcosa si era rotto dentro di lui quando era rimasto vedovo. Aveva perso la moglie e gli era restato il cane grasso e nero, con orecchie da pipistrello. Si chiamava Bum, ovvero Boomerang, perché riportava indietro qualsiasi cosa gli tirassero, con prontezza e perseveranza.

Un tempo il signor Remo e Bum avevano fatto lunghe passeggiate insieme e parlato del mondo umano e del mondo dei cani, di Cartesio e Rin Tin Tin. C'era grande intesa tra loro. Ma ora non si parlavano più. Il signore stava seduto in poltrona guardando il vuoto e Bum si accucciava ai suoi piedi, guardandolo con smisurato affetto.

Era quello sguardo di assoluta dedizione e totale fiducia che il signor Remo soprattutto detestava. Il mondo era perdita, solitudine e dolore.

Il padrone iniziò a non dar più da mangiare al cane. Lo lasciava anche due giorni senza cibo. Ma Bum continuava a seguirlo amorosamente.

Quando il signor Remo si sedeva a tavola per il suo pasto, il cane non chiedeva nulla, né si avvicinava. Guardava con curiosità, e negli occhi aveva scritto: se tu mangi, ebbene anche io mi sazio. E più il padrone mangiava, ostentatamente e rumorosamente, più dolce era lo sguardo di Boomerang.

E quando finalmente il cane veniva sfamato, non correva frenetico alla ciotola, no... scodinzolava e riconoscente come per dire: avrai le tue buone ragioni se mi hai fatto digiunare, ti ringrazio oggi che ti sei ricordato.

Il padrone si ammalò con la febbre alta. Nella notte, quasi nel delirio, il signor Remo si destava e vedeva gli occhi spalancati e amorevoli del cane, e le lunghe orecchie dritte, come antenne. E sembrava dire: ti proteggo dalla morte.

Il padrone non portava fuori il cane per quattro giorni. Bum apriva con la zampa la porta del terrazzo.

Il padrone guariva con il passare dei giorni e senza una ragione, tirò un calcio al cane. Bum si nascose sotto il letto.

Il padrone - Bum, devo abbandonarti. Mi dispiace. Non riesco più a occuparmi di te. Anzi, ma questo tu non lo puoi capire, ti detesto. Il cane lo guardò con infinito affetto e dedizione.

Perché non lo portava a un canile o a qualche conoscente? Per pigrizia, anzitutto. Ma anche perché ricordava una frase della moglie. Gli aveva detto: Remo, se io muoio, mi raccomando, non lasciare solo il nostro Bum. Allora Remo si era arrabbiato per quella frase: come si poteva dubitare di questo? E invece, povera Dora, lei conosceva bene la cattiveria dentro al cuore del marito. Lei lo aveva abbandonato. E abbandonando il cane, ora lui si prendeva una folle rivincita sul destino. Così il signor Remo prese la macchina e portò Boomerang fuori città, in un grande prato dove spesso giocavano insieme.



Impariamo parole nuove:

delirio: perdita del controllo 


terrazzo: spazio aperto di un appartamento (simile al balcone, ma generalmente più grande) 


prontezza: rapidità, velocità 


impariamo verbi nuovi:

ammalò: dal verbo “ammalare, ammalarsi”, significa stare male


sfamato: participio dal verbo “sfamare”, significa dare da mangiare a qualcuno che ha molta fame

 

sazio: dal verbo “saziare”, significa essere soddisfatti e pieni dopo aver mangiato

 

accucciava: dal verbo “accucciare”, riposarsi vicino alla cuccia



Nuovo avverbio:

amorosamente: con amore

Comprensione del testo:

1- Chi sono i protagonisti?

2- Chi si ammala nella storia?

3- Di cosa parlavano Boom e Remo?

4- Perché Remo non porta Boom al canile?

5- Per quanto tempo Remo non porta Boom fuori? 



 
 
 
3. Un racconto di Edmondo De Amicis…
 
Chi è Edmondo De Amicis?
 
Edmondo Mario Alberto De Amicis (1846-1908) è stato uno scrittore, giornalista e militare italiano. È conosciuto per essere l'autore di Cuore, uno dei libri più popolari della letteratura mondiale per ragazzi.

Cos’è il libro cuore?
E’ la storia di un anno scolastico di un alunno di terza di una scuola d'Italia. Egli notava man mano in un quaderno quello che aveva visto, sentito, pensato, nella scuola e fuori.
 





Fonte:
QUI

nuove parole:
capelli arruffati: significa avere i capelli spettinati
 


ronzio: Suono sordo, vibrante o insistente, caratteristico di alcuni insetti
 


pian terreno: piano zero di un edificio 
 



nuovi verbi:
consolare: confortare una persona
 


guardare fisso: guardare con insistenza
 



comprensione del testo:
1 - Com’è il maestro? Alto o basso? Di che colore ha i capelli?
2 - Quanti mesi dura l’anno di scuola?
3 - Come si chiama il protagonista?
4 - Quanti mesi durano le vacanze?
5 - Il protagonista dove è andato in vacanza?


 
 
2. Un racconto di Carlo Collodi…
 
Chi è Carlo Collodi?
 

Carlo Collodi nasce a Firenze nel 1826 con il nome di Carlo Lorenzini: Collodi non è altro che il nome del paese di cui era originaria la madre (all’epoca il paese Collodi era in provincia di Lucca, a partire dal 1927 è in provincia di Pistoia). È stato uno scrittore e giornalista italiano. È divenuto celebre come autore del romanzo Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, più noto come Pinocchio. Il romanzo ha venduto più di 80 milioni di copie nel mondo, il che rende Collodi l'autore italiano più letto all'estero.
Il brano che presentiamo è un frammento dei tanti racconti di Collodi. Leggere Collodi ci dà l’opportunità di comprendere meglio la letteratura italiana dell’800.
 
Impariamo nuovi aggettivi:
 
Pettegola: Uccello di palude con becco rosso, lunghe zampe arancioni, livrea grigio-cenerina sul dorso, bianca sul ventre. Riferito ad una persona diviene aggettivo:  persona che ha l’abitudine di fare e scambiare chiacchiere sul conto degli altri.
 
 
Sgarbato:  scortese e ineducato
Superbo: convinto della propria superiorità (reale o presunta) sugli altri, e quindi abituato a trattare con arroganza e disprezzo

Impariamo nuovi nomi:
 
Babbo: papà, viene utilizzato in genere nella zona di Firenze, Toscana
Figliuola: figlia, viene utilizzato in genere nella zona di Firenze, Toscana


Impariamo nuovi verbi:
 
brontolò: dal verbo brontolare, significa lamentarsi a voce bassa.
 

 
 

essere gonfi di superbia: sentirsi estremamente superbi e presuntuosi
sputare perle e brillanti: ci si riferisce alla morale del racconto, ovvero che gli smeraldi, le perle, ed i diamanti abbagliano gli occhi col vivo splendore; Ma le dolci parole e i dolci pianti hanno spesso più forza e più valore


Comprensione del testo
1-    Chi sono i protagonisti?
2-    Quante volte al giorno la ragazza deve recarsi alla fonte?
3-    Il discorso diretto tra quali personaggi si svolge?
4-    Che dono dà la fata alla ragazza?
5-    Da che cosa di traveste la fata?


 
Il racconto di Carlo Collodi: Le fate
 



 
 

Fonte: QUI.
 
 
 
 
1. Un racconto di Italo Calvino…

Il testo scelto è un racconto di Italo Calvino. Si è scelto questo testo perché la narrativa risulta molto scorrevole e semplice, nonostante sia un racconto della letteratura italiana rilevante. Mentre si legge la storia, si consiglia di fare attenzione alla descrizione delle emozioni di Elide, infatti Calvino ci aiuta a capire il racconto attraverso le sensazioni che vivono i personaggi.

Chi è Italo Calvino? 

Italo Calvino è stato uno tra i maggiori scrittori del secondo Novecento. Di certo fu il più famoso: conosciuto e tradotto in tutto il mondo. La sua opera spazia dai romanzi e i racconti in cui racconta la guerra e la Resistenza. Autore principalmente di racconti e romanzi, Italo Calvino si interessò però anche al mondo del teatro, del cinema, della musica, del fumetto e dell’arte.


Nel testo possiamo notare verbi, nomi e modi di dire inerenti al sonno:

viso affondato nel cuscino: sottolinea la stanchezza, la persona è così tanto assonnata che affonda il viso nel cuscino. 

vestaglia: veste con cintura utilizzata in casa 
 

impacciato: è una persona che è poco fluida nei movimenti, dato anche a causa della stanchezza o per essersi appena svegliato. Ad esempio, quando si fa cadere la colazione a terra perché siamo assonnati e distratti, in quel caso siamo “impacciati” a causa del sonno. Impacciato è anche una persona timida o imbarazzata. 
 

Si corica: coricare; semplicemente significa “distendersi” o “andare a dormire”

rifà il letto:
rifare il letto; il verbo “rifare” si utilizza per indicare quando si sistema il letto la mattina appena alzati. 
 


Alzandosi di colpo: Alzarsi di colpo; si utilizza quando ci si sveglia all’improvviso e ci si alza subito dal letto senza temporeggiare.

Il testo:
preso dal sito Learn Italian Online (learn-italian-online.net), sito utile per consultare materiale per migliorare l’italiano.

 
 


 

 
 
 
Domande per la comprensione del testo

1- Quanti sono i personaggi nel racconto?

2- Chi è il protagonista?

3- Dove è ambientato il racconto?

4- Che lavoro svolge Arturo?

5- A che ora Arturo ha l’intervallo?